Quante volte abbiamo guardato a club importanti in Italia e in Europa, pensando a quanto sono fortunati i loro tifosi ad avere un magnate che finanzia le proprie pazzie acquistando i giocatori migliori al mondo? Quanto sarebbe bello avere giocatori come Messi, Puyol, David Villa, Iniesta nella propria squadra, potendo competere per i massimi livelli mondiali? Eppure il Barcelona, che viene considerata la più bella squadra al mondo, che esprime il migliore calcio, è anche una delle squadre che possono vantare di aver rinunciato al modello che prevede l’ingresso di privati nel club, modello che fino a qualche tempo fa era considerato vincente e in Italia addirittura l’unico possibile.
Ma come è stato possibile creare e mantenere un club così ad alto livello con solo il finanziamento da parte dei tifosi? In realtà, il successo si fonda su tanti fattori. Innanzitutto una grande base di tifosi che possiede il club, non ne è semplicemente un socio di minoranza come succede per alcune iniziative italiane attuali. Poi, tutti i contributi economici vanno direttamente al club (sponsorizzazioni, raccolta pubblicitaria, vendita dei diritti televisivi, guadagni collegati alla vendita dei giocatori) e non fanno giri misteriosi ignoti ai tifosi, inoltre quasi tutte le strutture del Barcelona sono di proprietà e non c’è nessuno che ci deve guadagnare sopra, come dovrebbe essere per ogni soggetto di interesse pubblico come è una società sportiva rappresentante di una città. Infine, un vivaio ampio e di successo, che sforna continuamente giocatori validissimi e che presto vengono utilizzati in prima squadra e una rete di osservatori che portano al Barcelona piccoli campioni da tutto il mondo.
Infine, ogni persona che viene chiamata a dirigere il club è soggetta a valutazione ogni sei anni e può essere chiamata a rispondere delle sue azioni anche da una piccola porzione (basta il 5%) dei tifosi del club. Il che significa l’impossibilità per chi dirige il club di operare contro gli interessi della squadra e dei tifosi, altrimenti verrebbe immediatamente chiamato a giudizio.
Ma in realtà, per comprendere il successo di questo modello, bisogna proprio cambiare il punto di vista con il quale ammiriamo un club come il Barça, ovvero invece di guardare i risultati raggiunti bisogna innanzitutto guardare il fine per il quale il club catalano è stato costruito.
E’ quando si arriva a questo punto che bisogna fare una grande riflessione sul calcio in Italia, in quanto i tifosi italiani sembrano aver smarrito il motivo per cui un club come il Torino e come tanti altri club di calcio italiani è costruito. Il maggiore contrasto si ha quando si cerca di capire cosa è un club di calcio a partire da cosa sono le attività principali nel suo bilancio finanziario, costellato di mutui, proprietà, investimenti, liquidazioni. Attualmente in Italia, un club di calcio viene considerato un esercizio di potere finanziario da parte di qualche imprenditore (vedi Agnelli), oppure un metodo per ottenere concessioni edilizie o economiche varie (Zamparini, Mezzaroma, Preziosi), farsi pubblicità (Cairo) raccogliere voti (Berlusconi) o semplicemente un modo per soddisfare al proprio ego (Cairo, Della Valle, De Laurentiis, Moratti). Pochi sono gli imprenditori che riescono a lungo termine a mantenere una squadra in equilibrio anche per la propria passione (Campedelli, Pozzo) mentre gli altri prima o poi finiscono gambe all’aria portandosi nel baratro anche la squadra, siano essi tifosi (Sensi) o mandati su commissione per uccidere (Cimminelli). La lista sarebbe lunga per un paese come l’Italia, i soli 30 club professionistici scomparsi quest’estate ne sono la dimostrazione. Ma il passato recente è pieno di dimostrazioni e il tristemente noto Gaucci è solo uno dei più noti tra gli squali.
La questione è che in realtà un club di calcio dovrebbe essere tutt’altro. Dovrebbero essere espressione di una comunità, gioia, speranza, distrazione, energia, comunione di intenti, qualcosa di cui essere orgogliosi indipendentemente dal risultato sul campo. Dovrebbe essere un modo per trasmettere qualcosa ai propri figli, un modo di educare ed educarci alla cooperazione, in campo e fuori dal campo. Vedendo un altro tifoso vicino a te nel momento della gioia o della disperazione, puoi facilmente renderti conto che stai guardando ad un’altra persona come te. Questa desiderio di condivisione per le comunità è uno dei più importanti bisogni umani ed è il motivo per cui il calcio ha tanto successo. Non amiamo il club per quello che fa, ma per quello che rappresenta per noi.
Ciò di cui he un tifoso di calcio italiano (tranne pochi fortunati) può difficilmente rendersi conto è il senso di proprietà di un tifoso del Barça: il loro statuto è pieno di Noi, nostro, tutto coniugato alla prima persona plurale. E lo stesso vale per quanto scrive Florentino Peres per il Real Madrid, altra squadra posseduta dai tifosi: “Quando entri a fondo nello spirito del calcio, ti rendi conto che questo appartiene alla sfera delle emozioni umane. Il Real Madrid è una religione per milioni di persone in tutto il mondo. Non esiste che qualcosa del genere sia in mano ad un solo uomo. E’ come se la chiesa cattolica fosse in mano ad una persona sola, non sarebbe giusto”. Vallo a dire a Cairo…
Parlando del Barça, questo conta circa 175.000 associati, di cui ognuno (a seconda del proprio status) versa una quota annuale di 200 euro (solo per la tessera annuale) ma ha diritto ad una rivista mensile, sconti sul merchandising, tour gratis al Camp Nou, priorità nell’acquisto dei biglietti allo stadio e dell’abbonamento, il cui prezzo tenuto appositamente basso si aggira per i tesserati sui 100 euro per i posti più economici (per solo confronto, l’abbonamento stagionale più economico per il Manchester United costa più di 600 euro). Questo corrisponde ad un introito di circa 40milioni di euro per stagione (senza contare le partite di coppa) ai quali si vanno ad aggiungere un’enormità di soldi provenienti da vendita di merchandising e diritti televisivi, tanto da potergli permettere di versare anche una quota in beneficenza all’Unicef e portarne sulle maglie il logo. Ma soprattuto, i duecento euro annuali permettono al tifoso di decidere, con il proprio voto, la sorte della squadra. Il cambio di gestore è possibile in qualsiasi momento (basta il 5% dei tifosi per chiedere il voto di sfiducia) senza che il club debba passare per l’evento traumatico di una vendita. Inoltre il tifoso decide annualmente come devono essere utilizzati gli eventuali introiti della squadra, quali sono i costi del merchandising, come vengono distrubuiti i compensi e come viene gestito il vivaio, se e come vengono venduti dei beni appartenenti alla società, per cui il controllo del club è completo. I tifosi si possono inoltre appellare ad un gruppo di saggi indipendenti eletti solamente per dirimere le questioni tecniche, nel caso ci siano dissidi con la società.
Il problema grosso dei club posseduti da un privato è infatti proprio il passaggio di mano. Mentre nel caso del Barcelona è bastato il voto per cambiare la gestione del club (quella degli ultimi sette anni, compresa i sei di La Porta è stato il periodo più vincente per la squadra catalana nella sua storia), il proprietario di una squadra per levare il fondoschiena dallo scranno senza far fallire il club cerca sempre di ricavarci qualcosa, un plusvalore che spesso viene concesso al venditore dall’acquirente, e dalla comunità (nei termini dei suoi rappresentanti che siedono nel comune) ai nuovi proprietari. E queste concessioni spesso impoveriscono la comunità stessa (vedi il caso del Bennet ai tempi della ricostruzione del Filadelfia ad opera di Cimminelli) andando contro ai principi per i quali il club è costruito, ovvero essere utile alla comunità e non a chi gestisce i suoi beni. Considerate solo un attimo, come sarebbe facile sfiduciare l’operato di Cairo con un 5% di proponenti mettendo al suo posto una persona in grado di amministrare il Toro con maggiore senso comune, invece che dover sopportare qualcuno che per cinque anni di seguito compie errori fino a che non trova finalmente la persona giusta alla guida del Toro. Inoltre, più nessuna presa in giro con un presidente che ci dice “finora ci ho rimesso 20 milioni di tasca mia”, sapremmo fino all’ultimo soldo come sono stati spesi, qual’è il bilancio e quali sono i margini di manovra per l’eventuale mercato.
Inoltre, l’organizzazione del Barcelona non è ristretta al solo calcio, ma in quanto Polisportiva si allarga a tanti sport (pallavolo, pallacanestro, rugby, atletica e altro) perché tutte queste attività appartengono alla comunità e come tale devono essere gestite, avendo inoltre anche l’obiettivo di preservare l’identità catalana all’interno dell’organizzazione. Lo stesso statuto, infatti, è scritto in lingua catalana e le comunicazioni ufficiali sono nella lingua della regione.
Una realtà lontana per il calcio italiano, una speranza per il futuro del calcio e dello sport europeo.
Leonardo Daga
Segreteria di RomaGranata
email: leonardo.daga@romagranata.it
Il presente articolo è solo frutto delle riflessioni dell’autore e non riflette in alcun modo se non casualmente l’opinione dei dirigenti o degli iscritti al club.